Dei bipodi, e delle forche relative

Una delle critiche che si fa all’implantologia italiana riguarda l’utilizzo di bipodi e tripodi e delle forche che si creano. L’implantologia di scuola italiana realizza questo genere di unità implantari da sempre e lo fa proprio perché l’esperienza clinica di centinaia di migliaia di casi spalmati su centinaia di operatori ha permesso di appurare che le forche sotto elementi implantari non sono assimilabili a quelle sotto elementi naturali, come appare ovvio, dato che le forche sotto unità implantari non possono determinare patologie parodontali per la mancanza di un elemento fondamentale: il tessuto parodontale. Il caso riportato è emblematico, rappresentando le condizioni peggiori in cui una forca implantare si possa trovare: sospesa nell’alveolo chirurgico fresco in caso di impianti postestrattivi.
Nella prima foto si vedono gli impianti inseriti contestualmente alla rimozione di un impianto sepolto colpito da grave perimplantite, nella seconda il controllo a sette anni di distanza che dimostra non solo che non c’è stata perdita ossea perimplantare, ma addirittura un fenomeno osteoriparativo che non solo ha riempito il difetto osseo lasciato dal precedente impianto sepolto rimosso, ma addirittura lo ha superato dimostrando un lieve accrescimento verticale
